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PROCIDA e la nascita delle sirene

L' origine delle sirene è antichissima, il loro nome deriva dal greco antico Seirenes (da seirà, laccio, oppure da seirios , bruciante). Ercole staccò il corno ad Acheloo, un dio con corna e con coda di serpente, e dalla ferita caddero dodici gocce (alcuni sostengono sei) e da quelle stesse gocce nacquero le prime sirene: Aglaofeme, Aglaope, Leucosia, Ligea, Molpe, Partenope, Pisinoe, Raidne, Teles, Telesepeia, Telsiope. Quando naquero non erano donne-pesce, ma donne-ucello. I greci le descrivevano come immensi uccelli con testa di donna. Eppure è solo nel Medioevo (più o meno nell'ottavo secolo dopo cristo) che il Liber Monstruorum o il libro dei mostri parla delle sirene come donne-pesce.

Ad un Vecchio pescatore era stato detto di non andare mai nell'isola di Procida, perchè si diceva che fosse abitata da una sirena bellissima, ma malvagia. Egli però sottovalutò il pericolo, poichè nella sua vita si era innamorato solo una volta, quando era un fanciullo, e si recò nei pressi dell'isola fatale, dove scoprì che la sirena era proprio la ragazza di cui si era innamorato da giovane. Il poverino non riuscì neanche a dirle "amore sei bellissima", che subito la sirena lo catturò.

Nella mitologia i rapporti tra uomini e sirene sono tra i più difficili, dato che alcune sirene si nutrono di esseri umani.
Le sirene diventate donne ridono ai funerali e piangono alle feste.
Se un uomo sposa una sirena questa può trasformarsi in donna, tuttavia l'uomo non deve mai dimenticare che in fondo al suo cuore ella rimarrà sempre una sirena, e se non vuole perderla, dovrà amarla profondamente, tanto da resistere alla tentazione di rimproverarla nei momenti in cui in lei riaffiora la natura libera e selvaggia propria della sua specie: una sirena, al terzo rimprovero del marito, ritorna immancabilmente negli abissi dell'oceano.
I figli di uomini e sirene hanno piedi e mani palmate e nuotano come pesci.

(FONTE)

 

 

 

 

ISCHIA e le sue fonti miracolose

Sapete perchè l'acqua termale di Ischia è così miracolosa?
Perchè nasce dagli amori e della lacrime degli dei, ed è abitata da Ninfe.
Questa è la leggenda che, al di là della forza poetica, fa ben capire la necessità di trovare una causa, anche se soprannaturale, alle virtù terapeutiche delle fonti ischitane. La mitologia vuole che si celebrassero riti propiziatori in onore di Minerva nella città a lei consacrata, Napoli, alla maniera di quanto avveniva un tempo nella Grecia.
Da ogni parte accorrevano Ninfe e Sirene e fra tutte brillava per bellezza Parthenope, con i capelli annodati nell'oro, accompagnata da schiere di compagne che le facevano da corona: Egle (Pizzofalcone), Ermis (Monte S. Erasmo), Conicle (La Conocchia), Antiniana (Antignano), Platamone (Chiatamone), Labulla (corso d'acqua), Olimpia (Chiaja), Euplea (La Gajola), Megara (Castel dell'Ovo), Nisida, Inarime e Mergellina.
C'era tra loro anche Procida, la più bella delle Driadi, prediletta di Diana, che l'aveva istruita nell'arte della caccia nelle selve. Un fato ineluttabile incombeva però su di lei e le Parche erano pronte a spezzare il filo della sua vita! Da Capri giunse Teleboo, un satiro esperto nell'arte della medicina e nell'uso delle erbe che leniscono le ferite e gli affanni.

Appena scorse Procida, egli se ne invaghì perdutamente.
Profonda ferita gli premeva nel petto e nella mente si agitavano pensieri e brame di conquistare, anche con l'inganno, la dolce fanciulla.
Sul far della sera, terminata la festa, le Ninfe si apprestarono a far ritorno ai propri Lari. Teleboo si avvicinò a Procida per acquietare il suo furore ed osò sfiorarla con la mano. Lei, tremolante e stupita, per sfuggire a tanto affronto, cercò una via di scampo; vide Inarime che si avviava verso la patria dimora e la pregò di aiutarla e di condurla con sé.
Insieme e prestamente così raggiunsero il lido d'Ischia.
Le inseguì ancora Teleboo, che rapido le raggiunse.

Procida volse le sue preci a Diana, deturpando il suo bel viso con le lacrime: "O dea, se a te sempre ho sacrificato un cervo, siimi propizia e soccorrimi in sì grave momento! Fa che il mio persecutore esanime cada al suolo e precipiti nel Tartaro".
La dea non potè soddisfare del tutto questi voti.
Si oppose ai tentativi iniqui e sacrileghi di Teleboo, ma non riuscì a sottrarre la fanciulla al suo sinistro destino.
Procida, mentre si difendeva dal nemico, pudibonda, sentì un brivido scorrere per il corpo, la voce le si spezzò in gola, le guance divennerò di gelo, un pallore l'assalì tutta.
Divenne pietra colei che fu Ninfa.
La parte eccelsa, che i capelli coprivano, d'alberi si imboschì, le chiome si trasformarono in foglie, dalla faretra, ove erano le frecce, germogliò un bosco che venne popolato di fagiani da Diana.

Nessuna forza potè confortare peraltro Teleboo, che furente si lanciò sugli scogli di Procida, imprecando contro i numi e contro se stesso, perché viveva ancora e non giaceva disteso tra le ombre infernali. Apollo, mosso a pietà, per rimuovere le cause delle lagrime, scosse le cime, i monti e sconvolse tutto il territorio:
Procida si distaccò da Ischia e procedette in mezzo al mare, ove il timore suo l'incalzava ancora, pur mentre si allontanava e cauta irrideva anche così l'amante deluso.
Su Teleboo cadde la vendetta di Diana , per avere egli tentato di violare la vergine.
Impotente di fronte al destino, il giovane sentì irrigidirsi le membra ed il sangue fermarsi; trasformato in pietra restò come una figura esanime lá presso le rive d'Inarime .
Pianse peraltro, pur se privo di vita, deplorando i fallaci amori per la Ninfa e ardendo sempre di quelle insistenti faville da cui fu eccitato, ardor spirano ancora le stille che escono dagli occhi, come da un Piccolo Gorgo , donde il nome della sorgente, che ha virtù sanatrici, in quanto Febo le conferisce quei doni salutari corrispondenti alle erbe che Teleboo usava miracolosamente contro i malanni.

(FONTE)

 

 

 

 

CAPRI e la leggenda dell'Amore

Vi si parla di un nobile signore, appartenente ad uno dei primi seggi della città di Napoli, che s'innamorò perdutamente di una fanciulla di casa nemica; era un cavaliere di carattere violento, di temperamento focoso, pronto al risentimento ed all'ira. Eppure, per ottenere la donna che amava, sarebbe diventato umile come un poverello cui manca il pane. Ma l'amore dei due giovani, anziché diminuire e lenire le collere di parte, valse a rinfocolarle, e per preghiere ed intercessioni che venissero fatte, la nobile famiglia Capri non volle accettare il matrimonio.

Anzi, per trovar rimedio all'amore dei due, fu deciso di imbarcare la fanciulla sopra una feluca e mandarla in estranea contrada. Ella però, che si sentiva strappar l'anima allontanandosi dal suo bene, appena fu fuori del porto, inginocchiatasi e pronunciata una breve preghiera, si slanciò nell'onde, donde uscì isola azzurra e verdeggiante. Ma non si chetava l'amore nel cuore del nobile Vesuvio, quale era il nome del cavaliere e la collera gli bolliva in corpo: quando seppe della nuova crudele, cominciò a gittar caldi sospiri e lagrime di fuoco, segno della interna passione che lo agitava; e tanto si gonfiò che divenne un monte nelle cui viscere arde un fuoco eterno d'amore.

Così egli è dirimpetto alla sua bella Capri e non può raggiungerla e freme d'amore e lampeggia e s'incorona di fumo e il fuoco trabocca in lava corruscante… O anime trafitte, o anime sconsolate, o voi che per l'amore portate nel cuore sette spade di dolore, non vi sorrida la speranza di guarirvi qui. Qui amano anche le pietre: gli uomini sani s'ammalano d'amore e gli infermi ne muoiono.

(FONTE)

 

 

 

Layout by Alessandra Andrisani

© Oscar Pantalone