
Megaride, la sirena ed il mago
Doveva sembrare poco più di un isolotto, incastonato nelle placide acque del golfo, dal quale si poteva toccare con lo sguardo la costa limitrofa dalla collina di Posillipo, le isole di Ischia e Capri, per arrivare fino alla penisola sorrentina: si trattava di un colpo d'occhio utilissimo per il controllo del territorio in cui volevano insediarsi i primi coloni di origine greca. Ma Megaride è soprattutto legata ad una serie di vicende mitologiche. Il suo nome deriva da quello della moglie di Ercole, Megara, perché proprio su questa isoletta la coppia avrebbe trovato riparo e ristoro di ritorno dalla Spagna, teatro di una delle imprese dell'eroe greco, quella del ratto delle mandrie di Gerione.
Uno dei miti principali al quale Megaride allaccia indissolubilmente il suo destino è quello della sirena Partenope. Si narra che la sirena, non essendo riuscita ad ammaliare Ulisse con il suo canto, si suicidò gettandosi nel mare da una rupe. Trascinato dalle correnti marine, il corpo della “vergine alata” giunse fino agli scogli dell'isolotto e fu devotamente sepolto sulle rive del golfo di Napoli. Dal culto della sirena deriva il nome della città, fondata da coloni provenienti da Cuma euboica proprio nelle vicinanze del sepolcro di Partenope; il nucleo più antico dell'insediamento, poi denominato Palepoli, è stato localizzato grazie alle indagini archeologiche tra Megaride ed il promontorio di Pizzofalcone. Col passare del tempo Megaride perde la sua peculiare connotazione isolana, per diventare dapprima sede della fastosa villa di Lucullo in epoca romana, poi di un monastero durante il Medioevo ed infine un fortilizio. Fu la dinastia dei Normanni a realizzare le opere architettoniche più importanti, tant'è vero che il castello era denominato “Normandia”. Soltanto a partire dal XIV secolo si diffonde la denominazione di “Castel dell'Ovo”, secondo alcuni studiosi a causa della forma particolare della sua pianta.
A questo punto entra in gioco un'altra figura della tradizione popolare partenopea. Si tratta non di un eroe mitologico ma di un personaggio realmente vissuto: il poeta Publio Virgilio Marone. Proprio lui, l'autore dell'Eneide, che per gli abitanti di Napoli aveva assunto nel corso dei secoli un'aura misteriosa, fino ad essere considerato un mago. Mago benevolo e benvoluto da tutti, al quale si attribuiscono numerosi poteri e realizzazioni a favore della città. Fu Virgilio a creare in una sola notte una grotta che collegasse Napoli a Pozzuoli, a realizzare una statua equestre in bronzo (divenuta poi simbolo della città), a svelare ai napoletani i misteri dell'Antro della Sibilla, a bonificare i terreni della città da vermi e serpenti. Ma la leggenda che lo lega a Megaride è un'altra; quella che lo indica come il creatore di un uovo dalle proprietà magiche, racchiuso in una gabbia dorata e sospesa ad una trave, nella stanza più inaccessibile e segreta del Castel dell'Ovo. Ai napoletani Virgilio lasciò il monito di non rompere il delicato equilibrio dell'uovo magico, poiché esso proteggeva favorevolmente le sorti della città. Ma, nonostante l'avvertimento del mago, l'uovo andò distrutto così come il suo incantesimo
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Il Vesuvio nella leggenda
Nella Campania leggendaria e mitizzata il sogno e la realtà si fondono, e il tempo sbiadisce i ricordi amalgamandoli e riamalgamandoli nel miscuglio segreto del mito. L'origine del più famoso vulcano della terra non si sottrae a questa forza dirompente, ma s'inviluppa nella leggenda, assurgendo a simbolo del mistero arcano. Da sempre c'è un vincolo profondo che lega le viscere della terra e quelle della psiche dell'uomo, il misterioso mondo sotterraneo con le sue forze oscure e l'imperscrutabile mondo dell'inconscio umano. È così che il fuoco del Vesuvio diventa il fuoco eterno della passione, fremito inarrestabile, tormento.
Il racconto più suggestivo ci dice così: Vesuvio era un giovane nobile di Napoli, follemente innamorato di una giovane di una "casa nemica", la famiglia Capri . Ma il loro amore era così avversato dalle proprie famiglie, che la fanciulla, fatta imbarcare su una nave diretta verso una terra straniera, sentendosi "strappar l'anima", si gettò in mare, « donde uscì isola azzurra e verdeggiante ». Il cavaliere, « quando seppe della nuova crudele, cominciò a gittar caldi sospiri e lacrime di fuoco, segno della interna passione che l'agitava: e tanto si agitò che divenne un monte nelle cui viscere arde un fuoco eterno di amore. […] Così egli è dirimpetto alla sua bella Capri e non può raggiungerla e freme di amore e lampeggia e s'incorona di fumo e il fuoco trabocca in lava corruscante… » Nelle Egloghe Piscatorie , Bernardino Rota racconta di Leucopetra , ninfa marina contesa da due giovani, Vesevo e Sebeto . Per sfuggir al loro inseguimento, si gettò in mare e si trasformò in pietra. Allora, Vesevo , disperato, si trasformò in una montagna che rovesciava fuoco, fino a raggiungere la sua amata ninfa nel mare; e Sebeto pianse così tanto da trasformarsi in un rivolo che si versava in mare. Ancora oggi, il vulcano è chiamato monte dei diavoli e, com'è noto, sul Vesuvio c'è una valle denominata Valle dell'Inferno , che costituisce la parte orientale della Valle del Gigante (l'avvallamento che separa il Monte Somma dal Vesuvio) e si oppone all' Atrio del Cavallo , vicino alla Fossa del Monaco , in cui – si racconta – fu inghiottito un monaco che sul monte aveva osato invocare "l'aiuto delle potenze magiche per esaudire un desiderio inconfessabile". Il vulcano, sdegnatosi, vomitò un cavallo con occhi di fuoco e una criniera di serpi che raggiunse il monaco in fuga e fece aprire una voragine sotto i suoi piedi.
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Spaccanapoli
Questa strada, che pochi sanno chiamarsi in realtà San Biagio dei Librai nel segmento più rappresentativo, è da sempre il simbolo di Napoli. La scelta di tale nome appare evidente se si osserva il panorama dalla sommità della collina del Vomero, più esattamente dal piazzale di San Martino.
Spaccanapoli, infatti, taglia in due buona parte della città partendo dal rione della Pignasecca, ai piedi del Vomero, per attraversare tutto il centro storico, tra cui via Roma, Piazza del Gesù, Piazza San Domenico, San Gregorio Armeno e Via Duomo, fino a giungere alle spalle di Castel Capuano, nei pressi della Stazione Centrale.
Qui si concentrano una miriade di negozi e bancarelle che soddisfano davvero tutti i gusti. Chiese, palazzi e monumenti meno conosciuti chiedono di venire riscoperti, come l'antica sede del Monte di Pietà , gioiello incastonato in un atrio nascosto
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Niccolò Pesce e il Castel dell'Ovo
Questa leggenda popolare era molto cara a Benedetto Croce. La storia, narratagli dal cocchiere, colpì la sua immaginazione a tal punto che, anni dopo, il filosofo la inserì nel libro “Storie e leggende napoletane ”. Niccolò era un ragazzo che amava trascorrere la maggior parte del tempo in mare. Un giorno la madre di Niccolò, stufa del suo comportamento, gli lanciò una maledizione: ”Che tu possa diventare pesce!” . E da pesce o quasi il giovane visse da quel momento in poi. Era capace di nuotare nel profondo degli abissi senza risalire in superficie per riprendere fiato; percorreva sott'acqua lunghe distanze anche grazie ad astuti espedienti, come quello di lasciarsi ingoiare da grossi pesci, viaggiare nel loro corpo fino a che, giunto nel luogo da lui desiderato, con un coltellaccio squarciava, senza tanti complimenti, la pancia dell'animale che l'aveva ospitato e proseguiva le sue perlustrazioni. La fama di Niccolò e delle sue avventure marine aumentava col passare del tempo. Persino il re ne fu incuriosito e gli ordinò di indagare le profondità marine per suo conto. Gli chiese innanzitutto come fosse fatto il fondo del mare. Niccolò obbedendo alla regale richiesta, si immerse nelle acque del golfo, per poi risalirne e narrare a Sua Maestà che laggiù era tutto un giardino di coralli, che la sabbia era cosparsa di pietre preziose, che si incontravano tesori, ma anche scheletri umani e navi affondate. Il re, non soddisfatta la sua curiosità, gli chiese di immergersi nuovamente, questa volta per ispezionare i fondali e le grotte di Castel dell'Ovo. Niccolò obbedì e ritornò portando a galla un mucchio di gemme.
Il regio desiderio di conoscenza però non era ancora sazio: infatti il re chiese a Niccolò di indagare in che modo la Sicilia si reggesse sul mare. Anche questa volta Niccolò acconsentì alla richiesta e gli riferì che l'isola poggiava su tre enormi colonne, una delle quali spezzata. Ma venne infine il giorno in cui il re si domandò fino a quali profondità Niccolò potesse spingersi e quindi ordinò al ragazzo di andare a ripescare una palla di cannone che era stata scagliata nei pressi del faro di Messina. Niccolò Pesce protestò: sentiva che se avesse obbedito, non sarebbe più ritornato sulla terraferma. Ma il re fu inflessibile e Niccolò si lanciò tra le onde. Corse nuotando fino ad afferrare la palla di cannone che sprofondava rapidamente verso l'abisso, l'afferrò con le sue mani, ma quando si voltò per riemergere vide che sulla sua testa il mare era immobile: si accorse di trovarsi in uno spazio senz'acqua, vuoto e silenzioso. Impossibile riacciuffare le onde, impossibile risalire in superficie. Niccolò Pesce restò lì per il resto dei suoi giorni. In un angolo del centro antico di Napoli, precisamente presso l'Arco di Porto a Mezzocannone, c'è un bassorilievo incastrato tra le case: è scolpita l'immagine di un uomo munito di un lungo pugnale nella sua mano destra. Immagine che sin dal ‘500 è ritenuta essere dal popolo partenopeo quella di Niccolò Pesce, famoso e sfortunato esploratore marino.
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Amalfi
Il miracolo di Sant'Andrea: questa leggenda è ambientata nel periodo più florido di Amalfi, quando le vestigia del corpo di S. Andrea erano già state traslate da Patrasso, in Grecia, alla cittadina costiera.
Si narra che in una cupa notte del Medioevo, il pirata saraceno Ariadeno Barbarossa sferrò un poderoso attacco alla città di Amalfi con lo scopo di saccheggiarla e distruggerla. Le sentinelle diedero l'allarme dalle torri di avvistamento e i cittadini, presi dal panico, avevano intenzione di fuggire. Alcuni fedeli però si recarono sulla tomba dell'Apostolo, a implorare e pregare insieme il miracolo.
Quando già la sfiducia li aveva pervasi e i pirati erano arrivati, un fortissimo vento si levò, e trascinò i filibustieri al largo. A questo punto un tuono squarciò e un fulmine si abbattè in mare. Gli elementi atmosferici si accanirono sulle navi. Pioggia, vento e mare distrussero e affondarono l'armata nemica e lo stesso Ariadeno Barbarossa perse la vita.
La città era salva, i popolani inneggiarono canti al Signore e al Santo Protettore perché li aveva salvati.
Maria Giovanna D'Aragona:
Una delle leggende più conosciute di Amalfi, ma che trova varie versioni, è quella che vede come protagonista la regina Maria Giovanna d'Aragona, sorella del principe Filippo e discendente per parte di padre del re Ferdinando I.
Com'è noto Amalfi, la prima Repubblica marinara, intratteneva rapporti commerciali con l'Oriente. Le merci che venivano comprate o barattate erano trasferite sulle torri di avvistamento sparse per tutto il territorio costiero della Repubblica, che abbracciava il territorio compreso tra Vietri sul Mare e Meta di Sorrento.
Nel 1490 Giovanna d'Aragona sposò Alfonso Piccolomini, erede del duca di Amalfi. Alla morte del marito la bella Giovanna, appena ventenne, si occupò dell'educazione dei due figli Caterina e Alfonso.
Al servizio della duchessa arrivò un avvenente maggiordomo, colto e dai modi raffinati, Antonio Bologna. Le sue doti fecero breccia nel cuore della giovane vedova e per i due incominciò un'appassionata storia d'amore da cui nacquero tre figli. Il loro matrimonio era stato tenuto segreto, nel timore di suscitare le ire dei due potenti fratelli della duchessa: il cardinale Lodovico e il marchese Carlo.
Probabilmente fu proprio la differente condizione sociale dello sposo a rendere inaccettabile tale unione. Fatto sta che quando i due fratelli ne vennero a conoscenza Antonio fuggì e fu costretto a continui spostamenti per sottrarsi alla vendetta dei due fratelli, che lo fecero pugnalare a Milano.
Quanto a Giovanna, si sa che fu fatta prigioniera e rinchiusa con la sua fedele cameriera e i suoi figli in una torre di Amalfi dove pochi giorni dopo furono trucidati. La loro prigione secondo la tradizione locale sarebbe stata la torre dello Ziro. Si narra inoltre che l'anima della regina vaghi per la torre in cerca della libertà di cui fu privata dai suoi fratelli.
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Sorrento
Qui, secondo la leggenda, Ulisse dopo aver lasciato Circe e prima di entrare nello stretto tra Scilla e Cariddi, incontrò le Sirene (da cui “Sirenusium” – Sorrento) ed eresse un tempio ad Atena, protettrice dei naviganti (di qui il primitivo nome di “Capo Ateneo”); un tempio candido e bellissimo, secondo Norman Douglas (1868-1952) che, all'argomento, ha dedicato un libro. Deluse per non essere riuscite a sedurre Ulisse, le Sirene si gettarono in mare. Omero ci parla di due Sirene: Telxiope e Aglaofone (”…..sul loro scoglio bianco come neve cessarono il loro canto. Una gettò il flauto, l'altra la lira, lanciarono un grido perché il momento della loro morte era giunto e, dall'alto della rupe, si gettarono negli abissi del mare ed i loro corpi si mutarono in rocce…..”) e tre scogli corrispondenti alle Sirenuse, oggi dette Li Galli (Gallo Lungo, Castelluccio e la Rotonda ). Licofrone, invece, ne nomina tre: Partenòpe, Leucosìa e Lìgeia figlie di una musa (Calliope, Tersicore o Melpomene?).
Secondo una tradizione più antica, le Sirene erano figlie di due divinità marine: Forco e Cheto. In principio, erano rappresentate come fanciulle, poi si aggiunsero le ali e anche il corpo di uccello, mantenendo solo nel volto le sembianze umane. Ciò giustifica la loro presenza in Campania, visto che quasi tutti sono concordi nel fissare la loro origine in Grecia. Un'altra leggenda le vuole vinte dal canto di Orfeo e non dalla resistenza di Ulisse, mentre la conclusione della leggenda è concorde: annegamento e trasformazione in scogli. I loro corpi vennero trasportati dal mare sulle spiagge di Napoli (Partenope), Posidonia (l'attuale Paestum), Leucosia (Punta Licosa), e Terina (Ligeia). Non è chiaro se ci si riferisca a Terina in Calabria, nei pressi di Sant'Eufemia, oppure al fatto che il corpo della Sirena fosse stato spinto sulle rocce di Punta della Campanella, anche detta “Ligera”.
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